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Si parte necessariamente dalla definizione di mito: “narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente in un certo contesto socio - culturale o in un popolo specifico”.

 

 

Illuminante è anche la definizione di Treccani, vi invito a cercarla.

Tra i tanti miti studiati a scuola, uno in particolare mi aveva colpito. Nonostante la giovane età ne avevo percepito la profondità ma la vera essenza del suo significato mai è apparsa tanto attuale ripensandoci ora: il “mito della caverna” della “Repubblica” di Platone.

 



Il filosofo del ‘428 a.C. narra che in una caverna sono tenuti prigionieri gli uomini, fin da bambini, incatenati in modo tale che possano vedere solo davanti a sé alcune ombre che imparano, quindi, a percepire come l’unica realtà che conoscono, ignorando cosa succede alle loro spalle.
Platone immagina che uno schiavo venga liberato e portato fuori dalla caverna. Egli si rende conto che tutto ciò che aveva visto fino ad allora, non era la verità. Viene abbagliato da una luce folgorante che momentaneamente lo acceca, poi lentamente abitua la vista con la quale riesce a distinguere ciò che lo circonda che è il mondo autentico, ed infine a guardare il sole, fonte di luce.

 

 

Lo schiavo ormai libero, però, decide di rientrare nella caverna per far conoscere agli altri prigionieri la verità e per aiutarli a liberarsi a loro volta della prigionia. Invece di essere ascoltato, viene deriso e preso per demente a causa della luce intensa a cui si era esposto. Infastiditi dalla sua insistenza sulla possibilità della loro liberazione, lo uccidono.

Platone si riferiva con ciò all’impegno del filosofo verso l’uomo che spesso accoglie con diffidenza qualunque idea che lo distolga dalla sua rassicurante quotidianità. 



 

Qui si può inserire il concetto di Shopenhauer de “Il Velo di Maya” di cui parla la filosofia indiana, che ricopre il mondo fenomenico come rappresentazione puramente esteriore delle cose e di noi stessi.

 

 

Il filosofo, infatti, attribuisce al mondo sensibile una caratteristica ingannevole e, ahimè, illusoria, come uno stato onirico, come appunto ci fosse un velo che ci impedisce di vedere le cose chiaramente. 

 



 

Come squarciare il velo? Ebbene, è uno strumento che tutti noi abbiamo a portata di mano: è la volontà di vivere, la consapevolezza di essere parte integrante di quel mondo che vive dentro la nostra coscienza.



di Angie Rocchi